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Comitato di redazione

La minestra maritata nella valle dell’Irno


Piatto tipico della tradizione campana, che rimanda ai sapori genuini di un tempo, viene preparato con verdure miste e carne di suino, ma ogni zona ha la sua diversa ricetta.

La minestra maritata è un piatto tipico della gastronomia campana, composto da verdure miste e pezzi di carne che si “maritano”.

E’ il piatto tipico del giorno di Santo Stefano. Secondo alcuni deriva dalla “olla potrida”, uno stufato di origine spagnola.

La ricetta cambia a seconda della zona della Campania in cui viene preparata. Nella Valle dell’Irno è composta da verdure selvatiche (caccialepre, cicoria selvatica, rosolaccio ecc) e coltivate (scarola, cavolo nero, verza). Le massaie all’alba si recano sulle montagne circostanti per prendere le verdure più rigogliose, ancora umide della rugiada mattutina. Ogni signora di questa zona ha la sua ricetta segreta, che custodisce gelosamente e tramanda alle figlie o alle nuore. Le verdure una volta raccolte vengono subito pulite, privandole del terriccio e delle foglie esterne. Nel frattempo un brodo fatto coi tagli meno nobili del maiale (orecchie, muso, salsiccione) viene preparato con cura, e una volta pronto, ecco il matrimonio con le verdure che vengono calate in esso, fino a completa cottura.

Tra Fisciano e Calvanico, fondamentale è l’uso del salsiccione, ossia una salsiccia fatta con parti meno nobili. C’è chi ci mette la cotica e chi la lingua, chi invece solo i ritagli di gola e di pancia. Questa salsiccia dal gusto forte, è quello che regala una marcia in più alla minestra di questa zona. Molti aggiungono anche del pecorino grattugiato, in sostituzione del più comune parmigiano. Qualche massaia vi immerge anche delle fette di pane raffermo o di pizza di granone cotta nella padella di rame, per rendere ancora più nutriente questo piatto unico.

Ovvio l’accompagnamento con un buon bicchiere di robusto vino rosso locale. Un piatto apparentemente semplice ma complesso nella sua perfetta realizzazione che vuole verdure freschissime e carne di suino allevato come una volta, senza mangimi industriali che ne vanno ad omologare il sapore delle carni, donando spesso un fastidioso sentore di stalla.

Un tempo su questi monti, tutti allevavano almeno due maiali, nutrendoli con gli avanzi della cucina di casa, granaglie prodotte in proprio, ghiande e castagne, di cui i monti della valle dell’Irno sono pieni in autunno. Una usanza che va sempre più scomparendo, schiacciata da una burocrazia a volte ottusa, e dall’abbandono da parte dei giovani di queste terre. Tradizioni di un tempo lontano che vanno scomparendo e si perdono nelle nebbie del “progresso” e dei sapori omologati.

Autore: Marco Contursi

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